Psicologia Militare: “ll mestiere delle armi”

Quello del militare è un mestiere che ha una sua storia, antica come il mondo, una sua cultura, sia teorica che pratica, una sua etica e una sua psicologia, di cui oggi sappiamo molte più cose che in passato.

Sappiamo, ad esempio, che non è la forza bruta da sola a decidere le sorti di un conflitto, ma anche, se non soprattutto, fondamentali fattori psicologici come, tra altri, la sorpresa dell’attacco, l’esibizione di un potenziale offensivo maggiore di quello realmente disponibile, l’inganno dell’avversario, il sostegno morale, la coesione dei commilitoni… Per gli elevatissimi livelli di stress che devono essere gestiti nelle operazioni militari, inoltre, chi entra nel “mestiere delle armi” viene sottoposto ad un addestramento del tutto particolare, che non si limita al solo apprendimento dell’uso degli armamenti, delle tattiche e delle strategie, ma che coinvolge anche gli e cognitivi dell’intera persona, chiamando in causa gli ideali di onore, amicizia, lealtà, disciplina ed obbedienza.

IL MESTIERE DELLE ARMI

IL SOGNO DEGLI ILLUMINISTI

Era opinione degli Illuministi che la guerra fosse frutto della civilizzazione. Secondo la loro teoria del “buon selvaggio”, le popolazioni primitive sarebbero state fondamentalmente pacifiche. La guerra non sarebbe comparsa fino all’avvento dell’agricoltura, con la costruzione di villaggi stabili, la scomparsa del nomadismo e l’affermarsi di una vera e propria territorialità. Peccato, però, che ciascuna di queste affermazioni si sia rivelata falsa. La ricerca etnologica ci offre numerose documentazioni di scontri fra diverse tribù che si ritenevano pacifiche, scontri presumibilmente finalizzati al dominio del territorio da riservare alla caccia e alla raccolta di frutti e radici. I boscimani del Kalahari, ad esempio, come molte delle popolazioni africane, non solo prendevano parte a conflitti armati, ma facevano uso di una forma d’aggressività ritualizzata anche nelle loro pratiche di magia nera. Ancora oggi i boscimani !Kung manifestano una paura particolare nei confronti di coloro che parlano un linguaggio straniero e distinguono chiaramente fra membri del proprio gruppo e membri ad esso estranei, suggerendo in tal modo una predisposizione emozionale alla manifestazione di aggressività intergruppo. Anche i ritrovamenti archeologici hanno dimostrato l’illusorietà dell’ipotesi di un’età della pietra particolarmente pacifica (Figura 1). Molti crani di australopitecine, scimmie fossili morfologicamente molto simili all’uomo, sono stati rinvenuti con lesioni imputabili all’uso di armi rudimentali e alla forza. Roper (1969) ha esaminato crani e reperti ossei appartenenti a pitecantropi (specie di Homo erectus vissuta circa 700.000 anni fa, rinvenuta a Giava e in alcune parti della Cina) e ad individui vissuti in Europa durante le glaciazioni dal wurmiano, giungendo alla conclusione che molte delle ferite riscontrate non potevano essere fatte derivare che da lotte e aggressioni. Mohr (1971) ha studiato 158 ferite nelle ossa di antenati umani vissuti fra il periodo paleolitico e quello neolitico, giungendo alle stesse conclusioni. In 47 casi le ferite riguardavano la testa, in 16 gli arti superiori, in 14 gli arti inferiori, in 16 la colonna vertebrale, in 3 lo sterno e in un caso le pelvi. Alcune ferite della colonna vertebrale e degli arti erano dovute all’uso di frecce di pietra, mentre le lesioni al cranio erano imputabili ad asce di pietra.

Marco Costa è Ricercatore presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna e Docente di Psicologia generale presso l’Accademia Militare di Modena. Può essere contattato all’indirizzo: costa@psibo.unibo.it

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