Disturbo Post Traumatico da Stress nell’esercito USA

LA GUERRA AI DISTURBI POST TRAUMATICI DA COMBATTIMENTO NELL’ESERCITO USA
Aljazeera intervista la psichiatra Barbara Van Dahlen

da Aljazeera.net

traduzione di Luca Ciambellotti

Si chiama Post traumatic stress disorder (PTSD), “sindrome post traumatica da stress”, e l’esercito americano, dopo aver evitato per anni di affrontare il problema, si trova adesso alle prese con un allarmante numero di reduci che ne soffrono. Il tasso di suicidi tra i soldati impiegati in azioni di combattimento è a livelli senza precedenti, e continua a crescere. I veterani si portano a casa la guerra: nelle loro famiglie, dentro la comunità, sotto forma di tossico-dipendenze, abusi e perfino omicidi. Si calcola una media di 18 suicidi al giorno.

Il programma della tv araba Aljazeera: The war within, “La guerra dentro”, indaga gli effetti del ripetuto utilizzo dei battaglioni sul fronte iraqeno e afghano. Per capire i sintomi e le cause del PTSD da un punto di vista medico, Aljazeera ha intervistato Barbara Van Dahlen, una psichiatra presidente e fondatrice di Give An Houer (GAH), un’organizzazione no-profit che fornisce assistenza psicologica al personale militare americano e alle famiglie di chi è stato contagiato dalla patologia in Iraq e Afghanistan.

Al Jazeera: “Cos’è il PTSD?”

Barbara Van Dahlen: “Spesso è un sintomo che si manifesta con forme d’ansia generiche: quando ci si trova in posti affollati, al supermercato, in un grande centro commerciale, o in un ristorante molto rumoroso e le persone diventano ansiose perché non riescono a esaminare efficacemente l’ambiente circostante, non si sentono al sicuro. Per i soldati coinvolti in esplosioni sui blindati lungo le strade, in Afghanistan e Iraq, le mogli riferiscono spesso che guidano al centro della strada, che è chiaramente molto pericoloso qui negli Usa. Ma lo fanno perché le bombe erano spesso collocate ai lati della strada e non riconoscono né realizzano che si stanno spostando verso il centro della strada, ma il cervello sta esaminando una potenziale minaccia nell’ambiente circostante. Lo stato di allerta continuo è dovuto alla paura che ci sia un pericolo, perché chi ha subito un trauma è stato colpito da un evento che non ha potuto controllare, fortemente terrificante, distruttivo, pericoloso, o tutte queste cose insieme. Così il cervello è in allerta continua per la paura di un altro attacco o di un altro evento incontrollabile.

La società ha sempre saputo di soldati tornati dal fronte psicologicamente cambiati o anche distrutti. Ci può parlare dei cambiamenti negli anni e nelle guerre?
La PTSD è sempre stata parte della condizione umana. Non l’abbiamo semplicemente chiamata così fino a dopo la guerra del Vietnam. Ma basta guardare indietro, alla Guerra civile e prima ancora a qualunque guerra, per trovarne testimonianze. Credo che ai tempi della Guerra civile fosse chiamata “il cuore del soldato”, noi l’abbiamo chiamata psicosi traumatica e in vari altri modi che indicano come i soldati che ne siano affetti e non sono più gli stessi dopo le esperienze di combattimento. E non riguarda solo soldati ma persone coinvolte in incidenti aerei, d’auto; ogni tipo di evento fortemente traumatico – stupri, aver assistito a crimini violenti – lascia uno shock che può durare anni, anche tutta la vita se viene rimosso.

Qual è la differenza con le guerre in Iraq e Afghanistan?
Sentiamo parlare spesso di questi conflitti come scenari di guerra differenti, dove non c’è un fronte, dove è difficile dire chi sia amico e chi no. Abbiamo parlato con soldati tornati a casa che dicono di essere stati in allerta per tutti i 12 mesi di missione, e ciò crea di per sé un elevato senso di vigilanza. Le persone vivono “sottovuoto” dal primo momento in cui posano piede a terra, un senso di inquietudine. E questo è certamente diverso dalla Seconda e dalla Prima guerra mondiale, dove c’era una linea del fronte e, quando i soldati partivano e combattevano, sapevano poi che le retrovie erano una zona relativamente sicura. Non c’è mai una zona realmente sicura nelle guerre odierne.

E’ un notevole cambiamento nella cultura militare americana…
Prima di queste guerre i politici avrebbero parlato di tali conseguenze sul personale militare in termini di “ferite di guerra”. Al momento al Pentagono stanno lavorando per cambiare questa cultura. E’ un compito enorme ma a differenza di ogni guerra precedente i vertici militari riconoscono che è un problema per l’efficienza dei soldati. Questa gente non può continuare a servire l’esercito se non ci prendiamo cura di loro. Ma c’è anche un cambiamento nella comprensione del PTSD: che è un problema reale e non soltanto un’ autocommiserazione da parte dei soldati, affligge le loro menti. Quindi sì, ci sono differenze rispetto al passato, e l’ho sperimentato negli ultimi cinque anni che ho lavorato al problema con l’esercito.

Esiste per caso nella “cultura militare” dei soldati qualcosa che rende difficile accettare di avere a che fare con il PTSD?
Sfortunatamente i soldati spesso percepiscono come un segno di debolezza dire: “Sono teso, non mi sento bene, ho problemi a dormire, sono ansioso, in stato di allerta continuo”, perché la mentalità militare dei nostri soldati, e di tutto il mondo, è di essere dei “duri”. Te ne freghi, vai avanti, non ti piangi addosso. E c’è anche un sentimento che riguarda la responsabilità nei confronti dei compagni: “devo coprire loro le spalle, devo essere pronto, allerta, e mi aspetto altrettanto da loro”. Stiamo lavorando molto per spiegare che non si tratta di debolezza, che non significa che non puoi operare, che non sei un buon soldato, ma se non rielabori e superi il problema non sarai in grado di essere d’aiuto ai tuoi compagni. Ma è un enorme cambiamento nella mentalità e nella cultura.

Chi è affetto da PTSD? Solo i soldati?
No, e questo è iI vero problema che si pone nella cura dello stress post traumatico. Non riguarda solo i soldati che tornano a casa ma anche le loro famiglie. Abbiamo anche coniato una termine: “trauma secondario”, riferito al fenomeno dei familiari di soggetti affetti da stress post traumatico che sviluppano gli stessi sintomi se le persone che hanno in casa non vengono curate. Così colpisce mogli e bambini, e chiunque passi molto tempo a stretto contatto con i reduci. Ha un potente effetto a catena che successivamente travalica il nucleo familiare e si estende ai colleghi di lavoro, al sistema educativo quando si torna nei campus universitari. E’ a causa di questo consistente effetto a catena che noi operatori lo percepiamo come una vera emergenza sanitaria pubblica. E dobbiamo farvi fronte.

Quanto sono importanti intervalli di congedo tra gli impieghi al fronte?
Sappiamo che i soldati impiegati frequentemente sono ad alto rischio di sviluppare disturbi post traumatici. Quindi è molto importante che possano tornare a casa per qualche tempo e ristabilire i contatti con le loro famiglie, con la loro vita prima dell’impiego in battaglia. Ciò è utile, in qualche caso essenziale, nel permettere il processo di rielaborazione. Ma direi che è anche molto importante che il tempo di congedo sia vissuto con la consapevolezza di che cosa occorre fare. Alcuni soldati tornano e non vogliono avere a che fare con ciò che hanno vissuto sui campi di battaglia, lo rifuggono e lo evitano. In quei casi affrontare momenti di depressione non ha gli stessi effetti rispetto a chi riconosce il problema: “bene, sono passato attraverso un’esperienza difficile, adesso devo ripulire quella parte di me che ne è stata contaminata, ho bisogno di rielaborare e ho bisogno di aiuto per farlo”. In questo secondo caso il momento di depressione può essere incredibilmente utile. Ci sono molte variabili in termini di necessità. Sappiamo che un mese non è abbastanza. Un anno lo è? Ancora, dipende da cosa si fa durante quell’anno. Quindi, tanti più programmi elaboriamo per educare i soldati alla consapevolezza di cosa occorre fare durante i periodi di congedo, tanto meglio – credo – saremo in grado di dire quanto tempo occorre per superare la patologia.
Naturalmente più tempo intercorre tra gli impieghi al fronte e meglio è. Se ci sono limiti dovuti alla necessità di turnazione delle truppe, dobbiamo mettere a frutto al meglio il tempo di congedo, ma questo è il motivo per cui i vertici militari stanno cambiando la politica delle lunghe missioni. Sappiamo che 15 mesi sono troppi, quindi il ricambio frequente è utile per consentire ai soldati di riposarsi, permettere loro di venire via dal luogo in cui sono costantemente in uno stato critico di iper vigilanza.

La PTSD può essere curata?
Potrà sentire molte persone parlare di come l’hanno affrontata. Avrà notato che di solito non parlo di disturbi post traumatici da stress perché non diventa una sindrome fin tanto che la ignoriamo e non l’affrontiamo. Se aiutiamo le persone a comprenderla e rielaborarla – perché si tratta di un processo di rielaborazione – insegniamo loro a indirizzarla e superarla, i sintomi sono molto meno violenti, molto più affrontabili. Ma molte persone che abbiano avuto seri disordini post traumatici le diranno che convivono con essi […].
Quindi gestendola, evitando situazioni che possano causare forti reazioni emotive, eventi di per sé critici, ma questo non significa che la patologia sia disabilitante. Ma sappiamo che prima la si affronta, prima si fornisce aiuto, tanto meno i sintomi saranno gravi.

Quanto è alto il rischio di suicidio tra le persone che soffrono di PTSD?
Sappiamo che le persone che soffrono di disturbi post traumatici sono ad alto rischio di propositi suicidi. Diventano ansiose, agitate, e quando ti trovi in un simile stato psicologico, in cui il mondo viene percepito come insicuro e spaventoso, il tuo giudizio è condizionato e diventa difficile prendere le giuste decisioni. Ciò mette a rischio di azioni impulsive. Molti soldati che si sono suicidati però non avevano storie di depressione o ansia tali da ritenerli soggetti ad alto rischio di suicidio. Ciò cosa ci insegna? Che sono le circostanze nelle quali si sono venuti a trovare. [..] Voglio dire che ci sono casi di persone che si sono suicidate con alle spalle lunghe storie di depressione e tentativi di suicidio. In questi casi, tra i militari, si tratta spesso di azioni impulsive. Conosco soldati che oggi, fortunatamente perché sono ancora vivi, mi raccontano: “Sedevo sul mio letto con la pistola sulle ginocchia pensando a quando l’avrei fatta finita”. Ma molti di quelli che si sono suicidati hanno pensato al suicidio a lungo e questa è una realtà di oggi terribile.

http://www.multivisione.info/2010/02/la-guerra-ai-disturbi-post-traumatici.html

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