Psicologia Militare: “ll vissuto di coesione”

 

 

PSICOLOGIA MILITARE – ARTICOLO DI MARCO COSTA

IL VISSUTO DI COESIONE

La formazione di profondi legami è favorita essenzialmente da due fattori. Da un lato, sia durante

il periodo di addestramento, sia in situazioni operative, i militari vivono insieme giorno e notte, condividendo quindi, oltre al lavoro, i pasti, il riposo diurno e notturno, il tempo

libero, ecc. Dall’altro, queste persone affrontano insieme situazioni pericolose e altamente attivanti: gli psicologi sanno che se due persone vivono insieme un’esperienza particolarmente forte e coinvolgente, sia in senso positivo che negativo, fra di loro si forma in modo repentino un legame profondo.

Pensiamo, ad esempio, alla facilità con cui gli studenti entrano in relazione fra di loro prima di sostenere un esame, o alla velocità con cui, nei momenti di spavento, ci rapportiamo ad altri col contatto visivo e verbalmente. Quando è operativo, il militare vive in una condizione di rischio notevole, a volte anche con la responsabilità della vita di altri. Muovendosi in situazioni così stressanti, finisce in pochissimo tempo con lo stabilire legami fortissimi di lealtà, fiducia e collaborazione con i commilitoni.

Tale effetto è talmente forte che, nell’arco di pochi giorni, possono svilupparsi legami così saldi da superare quelli che, nell’ambito civile, normalmente s’instaurano fra colleghi che lavorano insieme da anni.

Affrontare certe prove fisiche con i compagni, ad esempio, non serve soltanto ad apprendere tecniche utili alle operazioni future e ad acquisire sicurezza, fiducia e autostima, ma anche a familiarizzare con le reazioni mentali e fisiologiche allo stress, proprie e dei compagni, in definitiva ad incrementare la conoscenza reciproca e la coesione del gruppo

“Superare insieme ad altri militari prove fisiche impegnative aumenta la conoscenza reciproca e la coesione dei membri di un’unità.”

LO SPIRITO DI CORPO

Con l’espressione “spirito di corpo” s’intende il sentimento di fierezza di appartenere ad un’unità dotata di una storia gloriosa e con tradizioni onorevoli, di cui si è i diretti eredi. Alpini, bersaglieri, granatieri, ecc, percepiscono la gloria e l’onore del corpo a cui appartengono e per questo sono motivati a perpetuarla. Quel che avviene negli studenti di Oxford o di Cambridge, che si sentono investiti di un onore particolare nel frequentare quelle antiche e gloriose università, avviene anche nei militari: più il corpo è d’elite, più l’orgoglio di appartenervi sale (si pensi alla Folgore, in Italia, o ai Marines e ai Rangers, negli Stati Uniti).

Lo spirito di corpo è favorito da tratti distintivi, come indossare una particolare divisa e determinate mostrine, disporre di una certa insegna, avere un motto, un gergo o un canto particolari, è alimentato dalla conoscenza della storia e delle imprese dell’unità d’appartenenza ed è anch’esso, come la coesione, direttamente proporzionale alla durezza dell’addestramento. Molte ricerche hanno infatti confermato

che quanto maggiori sono le difficoltà, sia psicologiche che fisiche, che il militare deve superare per entrare in un determinato corpo, tanto maggiore è la sua autostima e la fierezza di appartenere ad un gruppo distinto, privilegiato, esclusivo. L’aspirazione a far parte di un gruppo del genere gioca un ruolo decisivo nel motivare un giovane ad arruolarsi e a superare i periodi d’addestramento, caratterizzati da fatica e difficoltà non indifferenti.

SE IN QUEI POCHI MINUTI…

Se è vero che l’apparato di colori, simboli, abbigliamenti, motti, canti, grida, gesti, posture, attrezzature e quant’altro accompagna la figura del militare fa sostanzialmente parte di una ritualizzazione della forza finalizzata alla prevenzione e alla deterrenza, è però altrettanto vero che, prima o poi, si presenta la necessità dell’intervento effettivo. Intervento che, per i militari del nostro Paese, attiene soprattutto a questioni di sicurezza ed ordine pubblico, o a missioni all’estero tese alla promozione e al mantenimento della pace, ma che per molti altri militari, in molte altre parti del mondo, continua ad essere sinonimo, oggi come millenni addietro, di guerra vera e propria, con il devastante carico emotivo dell’antico: «Uccidi se non vuoi essere ucciso».

Nei progressi tecnologici degli armamenti si è sempre visto un vantaggio in più rispetto all’immediato aumento del potenziale bellico: quello del progressivo allontanamento fisico dei fronti, con la conseguente riduzione, o eliminazione, del coinvolgimento emotivo del militare derivante dal contatto faccia a faccia con il nemico. L’uso di pietre da scagliare e poi di frecce, tutta l’arte balistica che ha preceduto e accompagnato la polvere da sparo, lo sviluppo delle armi da fuoco e dell’artiglieria, infine l’avvento dell’aereonautica e della missilistica hanno segnato un distanziamento sempre maggiore delle parti in conflitto. Ciò non toglie, però, come la storia e le cronache ci dicono, che in certi momenti e in certi contesti i contatti fra le parti avverse possano tornare a ripresentarsi. Affidiamo la descrizione di uno di questi momenti alle parole di Peter Baumm, che in Eines Menschen Zeit così racconta un episodio della prima guerra mondiale: «Nella valle dell’Aisne le mattine d’autunno erano sovente nebbiose. Poiché molti tiravano di fucile, ma nessuno era cacciatore, si era sviluppata una ricca fauna di piccoli animali selvatici. Il nostro maggiore era ghiotto di pernici. Si era fatto portare il suo equipaggiamento da caccia e nelle mattine di nebbia andava a caccia fra i reticolati. Invece del berretto da ufficiale egli portava, con grande spasso dei suoi soldati, un cappellaccio e in mano aveva un bastone; alla spalla teneva appesi il fucile e il carniere. Non c’è dubbio che, abbigliato in quel modo, avesse l’aria di un cacciatore.

Per noi le sue spedizioni di caccia erano una questione delicata. Non volevamo perdere il nostro comandante e perciò, di nascosto, avevamo piazzato due mitragliatrici per proteggerlo nel caso che un colpo di vento improvviso disperdesse la nebbia. Una mattina avvenne ciò che temevamo: si alzò il vento. La nebbia scomparve in pochi secondi, proprio nel momento in cui il maggiore si trovava davanti al reticolato francese, a pochi metri dalla trincea nemica. La cosa più ovvia sarebbe stata che egli si fosse gettato a terra, su quel suolo un po’ ondulato e coperto di erba alta, e avesse cercato di tornare indietro fino a noi, ma con nostra sorpresa il maggiore non lo fece. E noi dimenticammo di sparare. I francesi dovevano essere ben più sbalorditi di noi. Con cautela spiarono oltre il parapetto; nessuno sparò. Forse uno alzò il fucile, ma il maggiore lo minacciò col bastone da caccia, come avrebbe fatto Federico il Grande. E d’un tratto dieci o dodici soldati francesi uscirono dal riparo, ridendo e gridando: “Bonne chasse, Colonell Bonnechasse!”. Il maggiore li salutò amichevolmente con la mano e poi, con una lepre in spalla, tornò lentamente verso la nostra trincea. Se in quei pochi minuti in cui egli aveva costituito un ottimo bersaglio fosse stato colpito da

una pallottola mortale, tanto i francesi quanto i tedeschi l’avrebbero considerato un assassinio. Dopo altri cinque minuti, uccidere un nemico già non era più un assassinio. Quale segreto si annida in questa contraddizione? ».

 

Riferimenti bibliografici

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Marco Costa è Ricercatore presso il Dipartimento di Psicologia

dell’Università di Bologna e Docente di Psicologia generale

presso l’Accademia Militare di Modena. Può essere contattato

all’indirizzo: costa@psibo.unibo.it

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